Diamo strumenti
alla libertà
Gli
appelli di Benedetto XVI per la libertà religiosa e la giornata di
preghiera proclamata dalla Cei per i cristiani che soffrono persecuzioni
sono stati e sono momenti preziosi per riflettere e comprendere cosa
sta avvenendo in tante parti del mondo. Troppo spesso in alcuni Stati si
verificano uccisioni di cristiani, si attuano emarginazioni di intere
comunità, per poter parlare di episodi isolati, pur ricorrenti. La
nostra epoca sperimenta un divario drammatico tra zone e aree
geopolitiche nelle quali la libertà religiosa è un dato acquisito per la
generalità dei cittadini, per Chiese o confessioni, e aree dove non
esiste neanche la minima tolleranza umanitaria. Molti cristiani
rischiano continuamente la propria vita, e spesso subiscono il martirio,
altri sono costretti a emigrare per evitare la stessa sorte, altri
ancora devono nascondersi, o rischiano il carcere per leggi ingiuste
(come quelle sulla blasfemia) finalizzate a colpire e intimidire le
minoranze. Esistono Stati nei quali la legge proibisce perfino di
costruire una chiesa cristiana, ed altri nei quali il regime totalitario
può far scomparire persone senza che se ne sappia nulla. In alcune
nazioni, infine, non è possibile predicare il Vangelo perché è vietata
ogni forma di «proselitismo».
Una situazione del genere è
comunque dolorosa e inaccettabile, ma lo è ancor più oggi quando i
rapporti tra uomini e tra popoli si moltiplicano e si intrecciano in
modo irreversibile. Non era questo il sogno che ha ispirato la
Dichiarazione Universale dei diritti dell’uomo, e le carte
internazionali dei diritti umani, concepite per dare libertà e giustizia
a tutti i credenti. E non può essere questa la prospettiva in un mondo
nel quale ciascuno Stato reclama eguaglianza di condizioni per i
rapporti economici, politici, culturali, ma alcuni negano poi al proprio
interno le garanzie più elementari per le minoranze religiose e
culturali. Esiste così un drammatico problema di reciprocità, che però
non si risolve in senso negativo, attenuando le garanzie per i diritti
dei cittadini di altri Stati che non assicurino parità di trattamento.
Sarebbe
un rimedio peggiore del male, perché violerebbe la legge naturale che
vuole una libertà effettiva per la fede. Però, si può e si deve chiedere
pressantemente agli altri Stati di realizzare un sistema di garanzie
reali per la libertà di tute le fedi, che tuteli concretamente cittadini
e le comunità religiose da violenze e discriminazioni. Un importante
passo è stato annunciato dal ministro degli Esteri italiano con la
presentazione di una risoluzione dell’Onu per garantire «l’assoluta
inviolabilità del diritto a professare la propria religione e l’assoluta
inviolabilità del diritto a esprimere il proprio credo, non solamente
in privato ma anche con gesti pubblici», nonché l’impegno della comunità
internazionale a intervenire la dove vi sono delle discriminazioni.
È
un passo importante, che però deve segnare una svolta più incisiva e
determinata, con altre scelte e linee di indirizzo. In primo luogo, si
può porre la questione della libertà religiosa a livello internazionale,
sollevandola nei rapporti bilaterali, e nelle sedi multilaterali nelle
quali si discutono i più importanti problemi politici ed economici.
Esistono strumenti politici, giuridici, commerciali, per spingere e
convincere gli Stati ad assicurare al proprio interno una libertà
religiosa che è fondamento della convivenza civile, e condizione
indispensabile per quel dialogo interreligioso che fa crescere la
stabilità e la solidarietà tra i popoli.
Ed esiste la
possibilità che l’Onu, o altre organizzazioni internazionali,
intervengano e controllino, anche sul territorio, il rispetto dei
diritti delle persone. Le parole che il Papa ha rivolto in questi giorni
ai responsabili politici e alla comunità internazionale fanno crescere
la consapevolezza che occorre attivarsi e agire per tutelare i credenti
in diverse parti del mondo, ma si può constatare che la timidezza
dell’Europa e dell’Occidente è consistente.
Occorre nei nostri
Paesi un supplemento di iniziative e di proposte, per favorire
interventi tempestivi nelle situazioni di maggior pericolo, che diano
coraggio a quanti soffrono per la propria fede. Ed è un impegno che la
comunità cristiana può assolvere per soccorrere e dare speranza a quanti
si rischiano di sentirsi abbandonati o in balia di chi vuole combattere
la fede con ogni mezzo.
Carlo Cardia
www.avvenire.it
| inviato da
amico il 29/11/2010 alle 15:57 | |