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unionepopolarecristiana
UPC: seme del nuovo centro

UPC, convocata la Direzione

 

 

Si terà mercoledì 20 gennaio 2010, alle ore 10,  la riunione della Direzione nazionale dell'Upc (Unione Popolare Cristiana) al Colonna Palace Hotel, piazza Montecitorio 12. Questo l'odg: 

1- Introduzione del Presidente;

2-Relazione del Segretario politico;

3-Elezioni regionali, prov.li, comunali

 

 

Auguri di buon Natale a tutti! Buon 2010!

Un terzo dell'umanità vive al buio

(ANSA) - PARIGI, 24 NOV - Quasi 1/3 dell'umanita' vive al buio per mancanza di energia elettrica e l'80% abita nei Paesi meno sviluppati e nell'Africa sub-sahariana. Lo segnala un rapporto dell'Onu. Lo studio insiste sulla relazione fra poverta' estrema e mancanza di accesso all'energia. Fra l'altro viene segnalato che ''tre miliardi di persone dipendono dai combustibili solidi (biomasse, carbone) per cuocere e riscaldarsi''. Senza elettricita' vive circa un miliardo e mezzo di persone.

 

 

 

Il Papa agli artisti:
«Non temete di credere»

 

 

Nel suggestivo scenario della Cappella Sistina Benedetto XVI si rivolge ai 260 artisti presenti: «Voi siete custodi della bellezza; voi avete la possibilità di parlare al cuore dell’umanità, di toccare la sensibilità individuale e collettiva, di suscitare sogni e speranze. La fede non toglie nulla al vostro genio».

 

 www.avvenire.it

 

 

4 dicembre 2010
politica interna
Bipolarismo Made in Italy, dove vai?

L'ora dei poli che non ci sono

La situazione politica che si sta creando non è priva di qualche aspetto paradossale: i due poli che si erano presentati come le uniche alternative per la governabilità sono messi in crisi da un’inedita e ancora difficile da decifrare area «di responsabilità» che – come titolava ieri questo giornale – ha caratteristiche di «non-polo». L’asse tattico tra Gianfranco Fini, Francesco Rutelli e Pier Ferdinando Casini (più il governatore siciliano Lombardo e spezzoni del mondo liberaldemocratico). Non è cioè nella coformazione attuale – e probabilmente non diventerà mai – un «terzo polo», come peraltro ha affermato (in modo solo per qualcuno sorprendente) Pier Ferdinando Casini. Naturalmente, per ora, si tratta di ragionamenti che hanno come base le dinamiche parlamentari, che non sempre rispecchiano quelle elettorali.

Si può ricordare come la precedente legislatura si sia consumata rapidamente a causa soprattutto dell’ingrossamento della rappresentanza parlamentare di estrema sinistra che aveva raggiunto il centinaio di membri, poi tutti cancellati dall’elettorato che non consentì a nessuna delle liste di quest’area di superare la soglia di sbarramento (tendenza, peraltro, che nessuno dei sondaggi preelettorali aveva pronosticato). Allora si era verificato un fenomeno contraddittorio, che vedeva uno spostamento a sinistra dell’asse parlamentare mentre si stava realizzando uno spostamento elettorale in direzione esattamente opposta.

Comunque, cercando di decifrare il panorama parlamentare, è inevitabile osservare che esso è caratterizzato dalla competizione tra il polo di centrodestra tradizionale e un’area che insiste sullo stesso arco politico, una specie di centrodestra alternativo, che può contare sul sostegno parlamentare del centrosinistra, per ovvie ragioni tattiche, che però lo confinano in una posizione sostanzialmente subalterna.

Questa situazione è l’effetto dell’indebolimento parallelo dei due partiti di raccolta, il Pdl e il Pd, che hanno ceduto forze parlamentari e che, stando ai sondaggi, soffrono pesanti emorragie elettorali, a vantaggio in primo luogo dei loro alleati, la Lega Nord in un caso, l’Italia dei valori – più quel singolare alleato-competitore oggi rappresentato dalla Sel di Nichi Vendola – nell’altro, e hanno subito secessioni, quella di Fini e quella di Rutelli che contribuiscono alla formazione della nuova area «non-polare».

Il punto è che queste formazioni politiche dall’ispirazione maggioritaria proclamata non sono state in grado di far discendere la funzione naturale di ogni polo, che è quella dell’attrazione e dell’aggregazione. In qualche modo, si potrebbe concludere che si continuano a dimostrarsi due ex-poli o, a loro volta, due altri «non-poli».

Per vie diverse e persino opposte – attraverso una personalizzazione ossessiva della leadership la coalizione di centrodestra, con un’irrisolata competizione continua tra leadership sempre contestate quello di centrosinistra – i due partiti-perno hanno emarginato ed escluso personalità e settori caratterizzati, che hanno finito con l’abbandonarli, alcuni in modo clamoroso, altri (e forse di più) in modo silenzioso.

Questo non significa, naturalmente, che si possano celebrare esequie anticipate per due esperienze politiche che comunque mantengono il primato, ma appare evidente che se non sapranno reagire alla crisi che le ha investite finiranno col far mancare la materia prima per un bipolarismo che resta non a caso – quando lo si realizza in modo meno enfatico e litigioso – il modello prevalente in tutte le grandi democrazie.
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29 novembre 2010
SOCIETA'
Per i cristiani e per ogni altro perseguitato


Diamo strumenti alla libertà

Gli appelli di Benedetto XVI per la libertà religiosa e la giornata di preghiera proclamata dalla Cei per i cristiani che soffrono persecuzioni sono stati e sono momenti preziosi per riflettere e comprendere cosa sta avvenendo in tante parti del mondo. Troppo spesso in alcuni Stati si verificano uccisioni di cristiani, si attuano emarginazioni di intere comunità, per poter parlare di episodi isolati, pur ricorrenti. La nostra epoca sperimenta un divario drammatico tra zone e aree geopolitiche nelle quali la libertà religiosa è un dato acquisito per la generalità dei cittadini, per Chiese o confessioni, e aree dove non esiste neanche la minima tolleranza umanitaria. Molti cristiani rischiano continuamente la propria vita, e spesso subiscono il martirio, altri sono costretti a emigrare per evitare la stessa sorte, altri ancora devono nascondersi, o rischiano il carcere per leggi ingiuste (come quelle sulla blasfemia) finalizzate a colpire e intimidire le minoranze. Esistono Stati nei quali la legge proibisce perfino di costruire una chiesa cristiana, ed altri nei quali il regime totalitario può far scomparire persone senza che se ne sappia nulla. In alcune nazioni, infine, non è possibile predicare il Vangelo perché è vietata ogni forma di «proselitismo».

Una situazione del genere è comunque dolorosa e inaccettabile, ma lo è ancor più oggi quando i rapporti tra uomini e tra popoli si moltiplicano e si intrecciano in modo irreversibile. Non era questo il sogno che ha ispirato la Dichiarazione Universale dei diritti dell’uomo, e le carte internazionali dei diritti umani, concepite per dare libertà e giustizia a tutti i credenti. E non può essere questa la prospettiva in un mondo nel quale ciascuno Stato reclama eguaglianza di condizioni per i rapporti economici, politici, culturali, ma alcuni negano poi al proprio interno le garanzie più elementari per le minoranze religiose e culturali. Esiste così un drammatico problema di reciprocità, che però non si risolve in senso negativo, attenuando le garanzie per i diritti dei cittadini di altri Stati che non assicurino parità di trattamento.

Sarebbe un rimedio peggiore del male, perché violerebbe la legge naturale che vuole una libertà effettiva per la fede. Però, si può e si deve chiedere pressantemente agli altri Stati di realizzare un sistema di garanzie reali per la libertà di tute le fedi, che tuteli concretamente cittadini e le comunità religiose da violenze e discriminazioni. Un importante passo è stato annunciato dal ministro degli Esteri italiano con la presentazione di una risoluzione dell’Onu per garantire «l’assoluta inviolabilità del diritto a professare la propria religione e l’assoluta inviolabilità del diritto a esprimere il proprio credo, non solamente in privato ma anche con gesti pubblici», nonché l’impegno della comunità internazionale a intervenire la dove vi sono delle discriminazioni.

È un passo importante, che però deve segnare una svolta più incisiva e determinata, con altre scelte e linee di indirizzo. In primo luogo, si può porre la questione della libertà religiosa a livello internazionale, sollevandola nei rapporti bilaterali, e nelle sedi multilaterali nelle quali si discutono i più importanti problemi politici ed economici. Esistono strumenti politici, giuridici, commerciali, per spingere e convincere gli Stati ad assicurare al proprio interno una libertà religiosa che è fondamento della convivenza civile, e condizione indispensabile per quel dialogo interreligioso che fa crescere la stabilità e la solidarietà tra i popoli.

Ed esiste la possibilità che l’Onu, o altre organizzazioni internazionali, intervengano e controllino, anche sul territorio, il rispetto dei diritti delle persone. Le parole che il Papa ha rivolto in questi giorni ai responsabili politici e alla comunità internazionale fanno crescere la consapevolezza che occorre attivarsi e agire per tutelare i credenti in diverse parti del mondo, ma si può constatare che la timidezza dell’Europa e dell’Occidente è consistente.

Occorre nei nostri Paesi un supplemento di iniziative e di proposte, per favorire interventi tempestivi nelle situazioni di maggior pericolo, che diano coraggio a quanti soffrono per la propria fede. Ed è un impegno che la comunità cristiana può assolvere per soccorrere e dare speranza a quanti si rischiano di sentirsi abbandonati o in balia di chi vuole combattere la fede con ogni mezzo.
Carlo Cardia
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21 novembre 2010
politica interna
Sui registri dei cosiddetti biotestamenti

Un argine alla propaganda e alla semina di slogan

Uno stillicidio continuo, insistito. Orchestrazioni e operazioni propagandistiche attentamente pianificate sul territorio, con lo scopo di accendere fumosi dibattiti in sede locale. E con la speranza di vederli sfociare in proposte di delibere consiliari da discutere e possibilmente far approvare nei "parlamentini" municipali. Obiettivo finale: sollevare l’onda anomala dei registri sui cosiddetti biotestamenti, che partendo dai Comuni investa il Parlamento e lo condizioni in senso eutanasico, agitando lo "scalpo" dei gonfaloni conquistati. Non molti finora, per la verità. Molti di più, a quanto pare, gli amministratori messi sotto pressione ideologica, che hanno chiesto lumi a Roma: questi elenchi che valore hanno? serve davvero destinare risorse – materiali, personale, ambienti – per allestirli? la gente potrà poi invocarli in una qualunque sede? Ora tre ministri rispondono, con un opportuno e solidissimo richiamo alle regole generali del diritto pubblico e della divisione delle competenze tra centro e periferia. Ponendo un argine anche alla semina di illusioni-slogan da parte dei soliti piazzisti dell’autodeterminazione. Così, finalmente i cittadini sanno che quelle dichiarazioni non vincolano né se stessi né i medici.
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18 novembre 2010
politica interna
Tavola rotonda Upc Marche spostata al 3 dicembre

RINVIATO IL MEETING DI ASCOLI PICENO

Causa il protrarsi dei lavori Parlamentari anche nella giornata di domani, venerdì 19 novembre, in particolare alla Camera dei Deputati, ove prosegue responsabilmente il dibattito per la definizione ed approvazione della Legge di Stabilità 2011 (ex Legge Finanziaria), dopo l’accorato appello del Presidente della Repubblica Napolitano, anche a seguito dell’allarme sul debito pubblico proveniente da Irlanda e Portogallo, che fa tremare l’intera Eurozona, la tavola rotonda  dal tema:

“LA POLITICA DEL FARE. Per il superamento delle vere emergenze del Paese, il bene comune e la coesione sociale”, organizzata dalla Segreteria Provinciale DCM/UPC, proprio per domani VENERDI 19 NOVEMBRE 2010, presso la Sala del Consiglio Provinciale, alla quale dovevano prender parte alcuni Onorevoli Deputati appartenenti alle forze democratiche responsabili, è stata RINVIATA  presumibilmente al  3 dicembre P.V..

La Segreteria Provinciale DCM/UPC si scusa pertanto dei disguidi tale repentino rinvio possa eventualmente causare.

 




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15 novembre 2010
politica interna
Prove di Terzo polo nelle Marche?

AD ASCOLI PICENO  TAVOLA ROTONDA PER "LA POLITICA DEL FARE"

 Con il precipuo obiettivo di riavvicinare la società civile alla politica, cercando di sanare la evidente perdita di credibilità della politica stessa e delle Istituzioni che rappresenta, dopo le note vicende degli ultimi mesi che, al di là delle goderecce abitudini del Capo del Governo, mortificanti, di per se stesse, un Paese preso da tante emergenze ambientali e da quelle derivanti da una perdurante crisi economica e sociale, hanno messo in evidenza un preoccupante ritorno all’immorale rapporto tra affari e politica, la Segreteria Provinciale della Democrazia Cristiana Marche, aderente all’Unione Popolare Cristiana dell’On.Satta, ha organizzato una TAVOLA ROTONDA, per Venerdì 19 novembre p.v., dalle ore 16,00, presso la sala del Consiglio Provinciale, sul tema: “LA POLITICA DEL FARE. Per il superamento delle vere emergenze del Paese, il bene comune e la coesione sociale”. Il dibattito, moderato dal Segretario Provinciale DCM/UPC Dr. Domenico Fanini, vedrà la partecipazione di alcuni autorevoli Deputati, in rappresentanza di quelle “forze democratiche e responsabili” che in Parlamento sono promotrici di un’azione politica per rimettere al centro dell’agenda le vere emergenze del Paese, restituendo così dignità alla politica e rispondendo alle esigenze sociali del benessere collettivo e della coesione. Dopo il saluto Istituzionale della Provincia di Ascoli Piceno, portato dal Presidente del Consiglio Dr. Armando Falcioni, che non mancherà l’occasione per segnalare le difficoltà del nostro territorio, si succederanno gli interventi dei rappresentanti di Futuro e Libertà (On.Claudio Barbaro); del Partito Democratico (On. Pierpaolo Baretta); dell’Unione di Centro (On. Pierluigi Mantini); di Alleanza per l’Italia (On. Giuseppe Pisicchio); dei Repubblicani (On. Giorgio La Malfa) e dell’Unione Popolare Cristiana (On. Antonio Satta). Il saluto di chiusura sarà affidato al Segretario Regionale DCM/UPC, Dr. Giorgio Giombini.

 

Ascoli Piceno, lì 11 novembre 2010                                                  La Segreteria Provinciale

15 novembre 2010
politica estera
Crepe nella diga Ue

Non minimizzare il caso irlandese

Ma davvero esiste un rischio Irlanda, capace di contagiare e mettere in crisi l’intera area dell’euro, dalle febbricitanti economie greca, spagnola e portoghese fino a lambire la ben più solida ma non del tutto immune economia italiana, che solo due giorni vedeva salire il differenziale fra il rendimento dei nostri Btp e i bund della ricca Germania a 164 punti? Davvero le reti di protezione, a cominciare da quell’Esf (European Stability Fund) varato nel maggio scorso per fronteggiare la crisi finanziaria di Atene, nulla possono di fronte al rischio di default di Dublino?

La risposta, purtroppo, è ambigua. Formalmente l’Irlanda – non avendo obbligazioni in scadenza – non ha problemi di cassa fino al giugno del 2011 e dunque non corre un rischio reale di default, ovvero di bancarotta dello Stato; e ha ragione il direttore del Fondo monetario internazionale Strauss-Kahn quando afferma che il caso irlandese è molto diverso da quello greco. Tuttavia, nonostante il pericolo di insolvenza al momento sia inconsistente, su Dublino grava un rischio ben più insidioso, quello proveniente dalle banche. Nessuno sa davvero calcolare l’entità della loro esposizione, ma basti solo pensare che la Banca centrale irlandese ammette che dai 50 miliardi di euro stimati a settembre quale lotto minimo per salvare dal collasso gli istituti di credito dell’isola (che sostanzialmente appartengono tutti allo Stato) ora siamo giunti a 85 miliardi, come dire il 55% del Pil dell’intera nazione.

C’è chi usa ricordare che quel Pil irlandese concorre per il solo 3% alla ricchezza dell’intera Unione europea, così come quello greco raggiunge a malapena il 2%. Ma non è il caso di minimizzare: piccole crepe nella grande diga europea possono solo allargarsi fino a risultati che preferiamo non immaginare. Ma come siamo giunti a questo scenario? Non era forse l’Irlanda una delle tigri d’Europa, terra di defiscalizzazione capace di attrarre imprese e finanza da tutto il mondo per la snellezza della sua burocrazia e la convenienza del suo generoso sistema impositivo? Com’è finita l’isola di Yeats, di Joyce, di Jonathan Swift a fare da quarta gamba a quel crudele acronimo – Pigs, ovvero: maiali – che i sussiegosi Paesi nordici le assegnano in compagnia di Portogallo, Spagna e Grecia, ad indicare le nazioni europee a maggiore rischio di insolvenza?

Le ragioni sono più d’una, ma la principale potremmo definirla la "sindrome iberica": drogata da un benessere derivante essenzialmente dal boom edilizio, l’Irlanda – un tempo parente povero dell’Unione – scopriva di colpo un desiderio di benessere forsennato che sembrava alla portata di tutti, alimentato soprattutto dalla facilità con cui le banche concedevano prestiti senza vere garanzie. Esattamente come in Spagna, ma anche come nell’America negli anni precedenti la crisi dei mutui subprime. Il resto è storia di ordinario sfacelo: come negli Stati Uniti, come a Madrid, la marea di insolvenze nei prestiti ha messo in ginocchio in Irlanda finanza ed economia reale.

A questo quadro già di per sé poco incoraggiante si assomma il deprecabile lavorio della speculazione internazionale, che annusando l’aria di difficoltà finanziarie alimenta e asseconda la tendenza al ribasso. Tuttavia anch’essa, a suo modo, corre un rischio, quello che gli anglosassoni chiamano self fulfilling profecies, ovvero profezie che si autorealizzano: puntando alla bancarotta di una nazione, gli speculatori finiscono con il provocarla davvero, venendone essi stessi travolti. Il ricorso alla Ue a questo punto sembra quasi inevitabile.

Ma cosa farà a questo punto l’Europa? Correrà in soccorso dell’Irlanda perché non affondi l’intera barca dell’eurozona o lesinerà gli aiuti in ossequio al rigore che Angela Merkel invoca e ostenta nei confronti delle disgrazie altrui? Se fosse qui fra noi l’arguto Swift, forse riscriverebbe il suo fortunato pamphlet Modesta proposta, rivolgendosi all’Europa perché impari una buona volta – nei momenti che contano, almeno – a trovare una voce unitaria. Cosa che, ahinoi, troppo spesso non accade.
Giorgio Ferrari
www.avvenire.it



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3 novembre 2010
SOCIETA'
Sakineh e noi

Pura ferocia, tristi furbizie

Come in una drammatica e crudele roulette russa, il regime iraniano torna apparentemente a giocare cinicamente con la vita di Sakineh. La donna divenuta, suo malgrado, un simbolo di quanto la "giustizia" possa essere inumana e manipolabile. E, come sempre accade per i simboli, la sua vicenda personale – il suo calvario di donna condannata, dopo un processo dubbio, a una pena barbara e ripugnante come la lapidazione – si trasforma in giochi di potere e in prove di forza internazionali. O anche in furbizie meschine, come chi cerca di concentrare l’attenzione su di sé, più che su Sakineh, quasi vi fosse una qualche «esclusiva» nella battaglia contro la pena di morte (magari vantata da chi non riconosce affatto la sacralità della vita umana dal primo inizio alla fine naturale).
Ma prima di riflettere sul suo essere simbolo, sia concesso di fermarsi, e di pregare, per una persona vera, che oggi potrebbe venire barbaramente uccisa. E di raccogliersi attorno a una famiglia che da mesi, nonostante ingiurie e minacce, cerca in ogni modo di salvare la propria congiunta.
La vicenda di Sakineh è, però, diventata ben più di un caso è personale e archiviabile senza contraccolpi: la sua eventuale esecuzione – le voci filtrate dall’Iran, sono insistenti, ma non confermate – investe i rapporti fra il regime di Teheran e la comunità internazionale, così come testimonia di guerre di potere che scuotono il grande Paese asiatico. A un primo livello, uccidere Sakineh significherebbe rilanciare a sfida al resto del mondo, dimostrando che il regime non si fa condizionare da appelli, richieste e ammonimenti internazionali. E se non si fa condizionare per una vicenda giudiziaria che coinvolge una singola donna, a cui sarebbe così facile commutare la pena, tanto meno Teheran si piegherà su questioni strategiche come il nucleare e l’appoggio agli estremismi mediorientali. È questo il messaggio neppure tanto celato: rifiutare un gesto di clemenza, portare a termine un’esecuzione feroce che costerebbe un prezzo d’immagine fortissimo per la Repubblica islamica, solo per dimostrare che l’Iran non cede. Una follia politica; e tuttavia proprio quanto vanno cercando gli elementi più dogmatici e oltranzisti. Per essi, lo scontro frontale, e i ponti bruciati verso l’Occidente sono le armi migliori per dominare una società che – lo hanno dimostrato le proteste popolari dello scorso anno – li considera come oppressori e non come rappresentanti del proprio popolo.
Ma vi è anche un ulteriore livello di riflessione: la frammentata e contrapposta élite di potere è disposta a usare ogni arma per squalificare l’avversario. E quindi, secondo alcune interpretazioni, Sakineh potrebbe essere l’utile pedina per indebolire il ceto clericale dei conservatori tradizionali, i quali hanno favorito l’ascesa degli ultraradicali di Ahmadinejad per combattere i riformisti. E che si accorgono ora di avere un avversario ben più potente e astuto. I tradizionalisti non potranno mai sconfessare le pene corporali della <+corsivo>sharia<+tondo>, la legge religiosa islamica che essi hanno reintrodotto nel Paese. La loro applicazione ottusa e dogmatica porta alla lapidazione. Evocarla ripetutamente serve a dimostrarne la mancanza di comprensione degli scenari politici internazionali e a rafforzare la distanza fra essi e la società iraniana. Per un populista come Ahmadinejad un’occasione da sfruttare cinicamente per dimostrare la propria "modernità" rispetto ai tradizionalisti, come già più volte avvenuto in passato.
L’Occidente e l’Italia si sono nuovamente attivati per salvare Sakineh. Quale che sia la ragione di queste voci – e al di là di ogni dietrologia – la speranza è che questa donna, da simbolo torni definitivamente ad essere solo una persona. Una persona che ha il diritto di vivere.
Riccardo Redaelli
www.avvenire.it



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27 ottobre 2010
Immigrazione, basta spot di governo e Lega

Dichiarazione dell’On. Antonio Satta, segretario nazionale UPC (Unione Popolare Cristiana)

SATTA (UPC): “SULL’IMMIGRAZIONE, BASTA SPOT! SUBITO LO IUS SOLI”

Il dossier della Caritas Migrantes smentisce la politica del governo sugli immigrati, in particolare l’aggressività irresponsabile e gli stereotipi della Lega Nord. I quasi cinque milioni di immigrati (di cui 400 mila imprenditori) sono parte attiva della nostra economia ed essenziali per la stabilità dei conti dell’Inps. Ricorda giustamente il Papa che “c’è un diritto a lasciare il proprio Paese in cerca di una vita migliore, ma che gli stranieri devono rispettare le leggi del Paese ospitante”. Invece di spot propagandistici sulla sicurezza il Governo faccia rispettare leggi e regole e promuova l’integrazione passando allo “ius soli”: chi nasce in Italia è italiano.

Roma, 27 ottobre 2010

26 ottobre 2010
POLITICA
Terzo polo, avanti o indietro?

SATTA (UPC): “SUBITO  UN TAVOLO PER IL TERZO POLO

Il paese - dice il segretario nazionale dell'UPC On. Antonio Satta - non può continuare a vivere in questo stato di fibrillazione politica permanente. Di fronte a un esecutivo e a un premier oramai allo sbando, allo smottamento  della destra berlusconiana e al fallimento del berlusconismo, i “centristi” devono essere responsabili e chiari: pronti ad assumersi responsabilità di governo in caso di immediato ko dell’esecutivo, decisi nell’alternativa a Berlusconi e alla destra, aperti per porre le basi di un nuovo centro-sinistra democratico, riformista e moderato. Tutto il “Centro” deve lanciare il messaggio agli italiani che si sta formando il Terzo polo: cioè quel partito autonomo, nuovo e plurale in cui ognuno mantiene storia e identità, ma tutti uniti in un progetto politico per ridefinire una nuova idea dell’Italia che ne salvaguardi il futuro. E’ giunta l’ora di aprire un tavolo con tutti i soggetti costituenti il Terzo polo e lanciare al Paese la proposta dei “moderati” per fare uscire l’Italia dalla crisi.

Roma, martedì 26 ottobre 2010

21 ottobre 2010
SOCIETA'
Cristiani a rischio estinzione in Medio Oriente

Fare breccia nel muro dell'intolleranza

C'è chi parla apertamente del rischio d’estinzione. All’inizio del secolo scorso in tutto il Medio Oriente i cristiani erano circa il 20 %. Oggi sono poco più del 4%, mentre i cattolici sono meno del 2%. Di questo passo, nel giro di cinquant’anni, la loro presenza nelle terre dove ha predicato Gesù e dove sono nate le prime comunità di fedeli sarà poco più che simbolica.

Se n’è preso tristemente atto al Sinodo sul Medio Oriente che si tiene in questi giorni in Vaticano. È un fatto: buona parte dei cristiani di questa vasta regione che va dall’Egitto all’Iran vive ormai in Occidente. Oggi ci sono più cattolici palestinesi a Buenos Aires che non a Betlemme, più cristiani caldei a Detroit che non a Mosul. Se ne vanno per sfuggire alla crisi economica, al caos sociale, alle discriminazioni civili e politiche che spesso assumono un vero e proprio carattere persecutorio. Circondati da un clima ostile e minaccioso scelgono la via dell’emigrazione.

C’è un futuro per il cristianesimo nella sua terra d’origine? Oppure, come ha detto con toni allarmati il patriarca melkita di Antiochia Gregorios III Laham, «la prospettiva è quella di una società araba di un solo colore, unicamente musulmana, di fronte ad una società europea detta cristiana»? Si parla spesso di «islamofobia», una sindrome che ha colpito l’Occidente dopo l’11 settembre, la sensazione di vivere sotto costante minaccia del terrorismo pianificato dai fondamentalisti musulmani. Ma tutte le statistiche fornite da varie organizzazioni, dall’Osce al Dipartimento di Stato americano, da "Aiuto alla Chiesa che soffre” a “Human Right World Watch”, mostrano che in cima alla classifica delle discriminazioni e delle persecuzioni ci sono i cristiani.

Cosa fare contro la «cristianofobia», la nuova e terribile sindrome che sta contagiando soprattutto i Paesi islamici? La questione non riguarda solo le Chiese, ma tocca le fondamenta stesse della convivenza civile in quanto mette in discussione il principio della libertà religiosa che, come ricordava Giovanni Paolo II, «è la cartina di tornasole di tutti i diritti». Una risoluzione di condanna degli atti di violenza contro le minoranze religiose è già stata votata dall’Europarlamento nel 2007 in seguito alle persecuzioni anticristiane in varie parti del mondo. Ieri, al Sinodo sul Medio Oriente, è stata lanciata l’idea di una risoluzione Onu che ribadisca il concetto secondo cui «la libertà religiosa autentica include la libertà di predicare e convertire». Per l’autore della proposta, il cardinale Peter Turkson, presidente del Pontificio Consiglio Giustizia e Pace, un simile testo dovrebbe sostituire la risoluzione sulla “Diffamazione delle religioni” avanzata alle Nazioni Unite dai rappresentanti degli Stati islamici. È questo il punto cruciale: il mondo musulmano infatti guarda con diffidenza al concetto della libertà religiosa, considerata l’anticamera dell’indifferentismo e una minaccia alla stabilità dello Stato islamico. Da qui l’importanza di quella «laicità positiva», richiamata continuamente da Benedetto XVI, che riconosce la separazione fra Stato e Chiesa affermando al tempo stesso il ruolo fondamentale dell’esperienza religiosa come contributo essenziale al bene comune.

Un chiaro esempio ci viene proprio dal Medio Oriente dove storicamente la comunità dei cristiani è stata una risorsa culturale ed educativa che è andata a vantaggio dell’intera società e degli stessi musulmani. Come ha riconosciuto il consigliere del Gran Muftì del Libano, «conservare questa presenza è un dovere non solo dei cristiani ma anche di noi islamici». Una breccia nel muro dell’intolleranza che spalanca a un Medio Oriente dove i cristiani si sentono nuovamente a casa propria.
Luigi Geninazzi
avvenire.it



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